Nei covi di tufo tra santi e briganti

Il modo più facile di vedere il tempo, per chi non può contarne che una piccola parte, è attraverso la sua incessante opera di trasformazione; flemmatico guaritore delle umane aberrazioni, il Tempo modifica luoghi, sfuma contrasti, attutisce dolori. A distanza di un secolo e mezzo, una palude malsana diviene un paesaggio da fiaba, una via malfamata un’escursione da domenica, il ricordo dei briganti una piacevole suggestione. Almeno agli occhi di chi, quei briganti, li immagina come i burberi scagnozzi di Gianloreto Bonacci, la cui efferatezza era dovuta al “tradimento di donna bella ma infedele”; come dire, in qualche modo, giustificabile.

I romitori del Fiora, una breve tappa lungo il ben più lungo “sentiero dei briganti”, che si estende per circa 100 km tra i boschi e laghi della Tuscia, sono due piccoli squarci su un mondo perduto, in cui si ha la confortante sensazione di immaginare il pericolo senza correrlo. Qui il passato oscuro della Maremma si confonde con quello, più lontano, di preghiera e devozione (ma di altrettanti stenti e privazioni): il passato dei monaci eremiti del XIII e XV sec., che nelle pareti di morbido tufo avevano trovato la loro via per il cielo. Il tratto del cammino è l’ultimo, che attraverso la Selva del Lamone giunge a Vulci e prende il nome dal brigante Domenico Tiburzi, malvivente dall’animo nobile vissuto nella seconda metà del XIX secolo.

L’insediamento rupestre visto dal fiume

Il complesso più grande e articolato è quello di Ripatonna Cicognina, sul corso del fiume Olpeta, nelle immediate vicinanze della sua confluenza nelle acque del Fiora. Una cavea rocciosa dorata dal sole si affaccia sull’ansa del fiume, dove l’opera umana e quella naturale si puntellano e si completano a vicenda; all’interno, un alveare storto scavato su tre livelli in cui vita e morte si sono avvicendate per decenni.

Alcuni ambienti del romitorio

Più raccolto e intimo, oltre che più antico, l’eremo di Poggio Conte si svela invece soltanto dopo una passeggiata di circa un’oretta lungo le rive sabbiose del Fiora. Giunti nel bosco, un percorso con scalette e passerelle protetto da staccionate lignee conduce a una alta cascata, un rivolo che dalla roccia si perde nella luce umida e verde. Subito sopra la cascata i resti di una chiesina, annunciata da un oculo strombato che rende facciata la nuda roccia. All’interno pochi fiotti di luce che filtrano dalla parete d’ingresso svelano a poco a poco i colori, ancora incredibilmente vividi, dipingono crociere e ritagliano capitelli. Lo spazio è poco, ma la fierezza da cattedrale.

Una ipotesi affascinante vuole che i primi monaci ad essersi insediati lungo le forre del Fiora fossero esuli greci e armeni sfuggiti alle persecuzioni iconoclaste, che avrebbero qui ritrovato (e ricreato) i paesaggi rupestri a loro cari e familiari. Capitoli diversi dello stesso libro si alternano e si rimescolano in questo tratto della bassa Maremma; un condensato di esperienze umane e storia locale che hanno lasciato la loro traccia nella pietra lisciata, nei colori sbiaditi e nell’aria pungente di un pomeriggio di tardo autunno.

*Le indicazioni topografiche dettagliate per chi volesse percorrere questi sentieri sono contenute nei link all’interno del testo.

3 pensieri su “Nei covi di tufo tra santi e briganti

      • Eheh, ma mi credi se ti dico che non conosco bene del tutto neanche il territorio del mio comune di nascita? Che pure, voglio dire, ci ho vissuto per quasi 30 anni!

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